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Progetto ALI

Alias Calabria

Cenni Storici

Ardore, Comune di circa 5.000 abitanti dell’area della Locride sul versante jonico della Provincia di Reggio Calabria, è un rettangolo di territorio di 30,36 kmq che, partendo dalle alture pre-aspromontane di San Biase, Canolo, Varraro (570 m sul livello del mare), degrada fino ai 250 metri di altezza del suo suggestivo Centro Storico di impianto medioevale e, quindi, dopo una discesa di 5 Km, giunge alla popolosa frazione Marina, lambendo il mare col suo ampio e sabbioso litorale.
Terra d’aria, di tufo, di grotte, patria di ardimentosi, idealisti e sognatori. Un giglio spunta dalla sabbia marina, un santuario penetra nella rupe, un castello sferzato dal vento, una cantilena, un rosario: questa è Ardore, un paese con un’anima antica, che vaga, percorre i vicoli, aleggia nelle campagne, sfiorando i placidi mirti, le forti braccia delle querce, le chiome degli ulivi contorti e i profumati agrumeti, giù, giù fino al mare per poi risalire dispiegandosi dolcemente verso gli ultimi raggi del sole che tramonta dietro Montalto, fino a posarsi su ogni cosa alla sera e nella notte, animate dal ritmico canto dell’assiolo.
Il territorio di Ardore, sito a meno di tre chilometri, Sud-Ovest, dal­le rovine di Locri Epizephirji, ha con questa città magnogreca radici e storia comuni. E’ certo che fu abitato da popolazioni pre-elleniche (tribù di Itali o Siculi). Ciò è dimostrato da alcune grot­te esistenti sulle colline e vicino alle sponde dei torrenti più grandi, come il Pintammati, il Salice e il Condojanni, dai numerosi massi megalitici presenti nelle località Salice, Torretta, Giudeo, dai frequenti ritrovamenti di cocci fittili di varie epoche, che si rinvengono un po' dap­pertutto, specie in prossimità del Dromo.
La presenza di queste antichissi­me popolazioni nel nostro territorio viene confermata dal ritrovamento sul­l'argine del torrente Pintammati di asce o scuri di pietra, che per la loro modellatura rimandano al Neoliti­co. La colonizzazione greca (VII sec. a.C.) ha lasciato le sue inconfondibili tracce nell'onomastica, nella topono­mastica e nel dialetto, i cui vocaboli sono in buona parte di derivazione greca (anche se, forse più propriamente, di epoca bizantina). Non mancano ritrovamenti occasionali di tombe con corredo funebre fittile, trovate dai contadini durante la lavorazione di aratura dei campi. I resti di un tempietto greco-romano in contrada Salice, scoperto dal compianto Emilio Barillaro, costituiti da uno spezzone di colonna scanalata e due grossi massi squadrati, che rischiavano di essere trascinati via dal torrente, sono stati portati in Ardore Centro a cura dell’amministrazione comunale e collocati davanti all’attuale scuola elementare e sotto il portico del mercato coperto.
I Romani, dopo la conquista del Bruzio (247 A.C.), crearono numerose tenute agricole nelle imme­diate vicinanze delle repubbli­che Magnogreche, per diminuire il prestigio e l'importanza di quelle nobili Città-Sta­to e premiare, nello stesso tempo, vecchi e valorosi legionari, ai quali venivano offerti vasti appezzamenti di terra.
Nacque certamente così Ardore, o meglio cominciò a denomi­narsi Ardore, questo territorio, divenuto un "praedium rusticum" e poi un "pagus" o "vicus" romano.
 Ma tutto questo non spiega l'esi­stenza del vecchio borgo su di un colle, che si eleva, in tre piani, a metri 244, metri 267 e metri 290 sul livello del mare, a tre chilo­metri circa dalla linea del Dromo, lungo il quale ri­sultano collocati, sul lato mare più che sul lato mon­te, i primi inse­diamenti romani di Ardore. Ma, poiché la costru­zione del paese fu decisa, per la sua simmetria, sulla base di un preciso progetto, in un tracciato ben de­lineato, noi pen­siamo che con molta probabilità venne deciso l'e­sodo verso il col­le, quando co­minciarono le prime devastazioni di queste marine dovute, prima, alla II Guerra Punica che vide scon­trarsi Cartaginesi e Romani nelle nostre campagne, e poi alla Guerra Civile e Sociale. Si volle, a nostro giudizio, creare, in luogo eleva­to, un "praesidium" al centro di un va­sto latifondo, comprendente all'incirca tutto l'attuale territorio comunale. Di­fatti, l'abitato di Ardore possiede tutte le caratteristiche del "pagus munitus" (villaggio fortificato) romano; costrui­to su due ripiani, in direzioni Nord-Est Sud-Ovest, i due quartieri, quelli del Margio (dal latino marges, itis, covone di grano, o margae, arum, forcone per il grano o dall’arabo merg perché il terreno del detto quartiere non è coltivabile), e quello di Tractaria (dal latino tractatoria, luogo dove si ammini­stra la giustizia, si contratta, foro, ecc.). I due quartieri attraversati da quattro strade parallele risultano divisi da un valloncello, chiamato "Vagli" ( o da vallis o forse da vallum, terrapieno, giacché di un terra­pieno si tratta, che risulta dal riempi­mento sul lato mare della valle di un declivio torrentizio, sbarrata da una muraglia che ha creato a monte un vasto pianoro, detto "Piano di Mazzucci", (forse dal latino Matius Lucius, nome di una "gens" romana), oggi Piaz­za Margherita. Lungo questo muro di sostegno al terrapieno si apriva l'antica porta di Sud-Est del paese, il cosiddetto "dongione", per via di un torrione che la sovrastava e che fu demolito durante l'occupazione militare per i fatti del 4-5 settembre 1867). Il terzo ripiano, oggi chiamato "Quartiere", che era la parte più elevata del colle serviva come luogo di vedetta fortificato. Nel quartiere "Tractatoria", durante la do­minazione feudale, vi era il tribunale della "Bagliva", sito nel largo dell'at­tuale Chiesa di S. Rocco, detto antica­mente "dell'arco vecchio". I due quar­tieri sono attraversali da quattro strade parallele, intersecate da vicoli e viuzze.
L'epoca bizantina segnò per il paese di Ardore, l'inizio di una profonda deca­denza: Infatti essendo esso passato sotto il dominio feudale di Gerace e scaduto a casale, senza storia, sottomesso all'e­goistico sfruttamento dei vari esattori del "signore", vide passare a San Nicola dei Canali, terra ricca di acque, il predominio, se non altro perché in questo centro, più interno, con una agricoltura e pastorizia più fiorenti, vi era il palazzo dell’amministratore (che poi diverrà palazzo baronale). Questa condizione di impoverimento e di decadenza durò fino al 1546 allorquando per Ardore inizia una nuova vita autonoma, come piccolo stato feudale che, con alterne vicende, dura fino al­l'occupazione Francese del Regno di Napoli (1806).
 Du­rante questo periodo Ardore ebbe rino­manza per l'alta nobiltà dei feudatari che si sono susseguiti nel suo dominio (i Ramirez, i Capacelatro, i Beccadelli o di Bologna, i Gambacorta - gli unici che ebbero stabile dimora in Ardore, fortificarono la città e costruirono il castello, i Milano Franco D'Aragona) ed anche per l'opera intelligente dei nostri massari e dei nostri artigiani.
Lo Stato Feudale di Ardore progre­dì economicamente, incrementando la produzione della seta, 2500 libbre an­nue, del vino, dell'olio, e dell'alleva­mento del bestiame, mentre gli artigia­ni commerciavano i loro manufatti in molte altre terre, da Pizzo a Messina, le più lontane.
Dello stato feudale di Ardore face­vano parte all’inizio del 1600 tre casali: San Luca o Potamìa, S. Nicola dei Canali, prima sede della Corte Barona­le, e Bombile, e poi solo S. Nicola dei Canali e Bombile i quali ebbero insieme amministrazione separata da quella della Terra di Ardore. Difatti eleggeva­no insieme un Consiglio Cittadino con il Sindaco e gli Ufficiali cittadini in numero uguale a quello di Ardore.
Nacque dopo Giuseppe Bonaparte, nel 1809, il comune di Ardore, che assume uno stemma, tratto da quello dei suoi ultimi feudatari, i Principi Milano Franco D'Aragona, nel quale emerge un'aquila, divorata dal fuoco, ma con un ramoscello d'ulivo nel rostro; e tra gli artigli - sullo stemma - si legge "Ardor
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